BATILLANERA.jpg

Andrea Batilla

non mente mai

 Intervista al prof. Andrea Batilla, per conoscere meglio il cantastorie della moda che riesce a farsi ascoltare.

A cura di GUIDO BALZANI 

ITA                                                  ENG below

Siamo stati abituati a sentire storie di insegnanti che, animati dalla passione, saltavano in piedi sui banchi; o sedotti da quelle figure monolitiche e tutte d’un pezzo come le maestre del Novecento, che raggiungevano recondite scuole sui monti per insegnare ai loro scolari la vita. Mancava, in effetti, la storia di un professore che spiega ciò che non sembrava meritevole di nota: la moda. Andrea Batilla oggi lo si conosce per i suoi fortunatissimi libri – si parla di fortuna non casuale ma meritata, naturalmente- e per i fiumi di inchiostro virtuali con i quali annaffia la curiosità della sempre più numerosa schiera di seguaci su Instagram. Attira perché rassicura, è il prof occhialuto con la voce ferma e le parole giuste, ma anche intimorisce per la schiettezza e ruvidezza: insomma, è evidentemente al crocevia tra l’accademia polverosa e lo stereotipico clima da passerella bello e meschino, e in Italia se ne sentiva il bisogno.

Recentemente il suo nome ha spopolato. Lei se ne stupisce, ma solo relativamente: riconosce, senza falsa modestia, l’autorità che detiene nel suo campo. Direbbe che la fama è qualche cosa che ha ricercato nel corso della sua vita? O è un bisogno recente?
A: Io sono sempre lo stesso di tre anni fa e tutti questi riconoscimenti continuano a stupirmi. La fama è un sottoprodotto della capacità di comunicare. In sé non vuol dire niente. Io mi sforzo immensamente perché tutto questo serva a qual cosa, a dare messaggi positivi, a smuovere le cose, ad andare avanti.

Comincia da Romeo Gigli, nome che profuma di una moda elegantissima, fatta bene, con cura. Dopo i suoi esordi come stilista, è passato all’accademia. Come mai? L’aveva stancata quell’ambiente? O non soddisfaceva il suo desiderio di conoscenza?

A: Ho cominciato ad insegnare in IED dopo un’esperienza traumatica da Trussardi. Per me è stata una rivelazione perché per la prima volta in vita mia ho sentito di poter aiutare altre persone, ho percepito che quello che facevo aveva di nuovo senso.

Il suo curriculum è denso e sterminato. Ha collezionato amicizie leggendarie e collaborato a progetti importantissimi. Tuttavia, gran parte dei suoi sforzi, potremmo dire fino al suo esordio letterario, sono stati rivolti soprattutto all’integrazione dei giovani nel settore moda. Perché secondo lei è stata da subito questa la sua “battaglia” principale? Se a ciò dovesse cercare una motivazione scavando nella sua interiorità, come se la spiegherebbe? Direbbe che deriva dal bisogno di fare gruppo? O dal ricostruirsi attorno un ambiente familiare?

A: No. Direi che deriva dalla frustrazione e anche dal dolore. Stando in IED ero ogni giorno a contatto con persone molto giovani che avevano talenti smisurati ma zero possibilità di esprimerli. Ho cominciato a muovermi in un momento in cui alcune persone molto illuminate, come Franca Sozzani e Sara Maino, stavano prendendo coscienza del problema. Abbiamo cominciato a fare cose insieme e separatamente e dopo non molto è diventata una cosa naturale. C’è ancora molto da fare ma in questo momento è innegabile che siamo di fronte ad una solida e potente generazione di nuovi designer italiani.

Lei è grato, devoto, a Franca Sozzani. Come si è conquistato la sua stima?

A: Me lo domando sempre. Un giorno mi ha detto “Tu sei bravo perché sei veloce. Pensi le cose e le fai”. Credo sia stata la prima volta in vita mia che qualcuno mi ha dato un credito così forte. Lei per me è stata fondamentale per moltissimi motivi, il primo di tutti è il pensare che tutto è possibile che non bisogna avere paura di niente e nessuno. Non riesco a pensare a lei senza sentire un dolore profondissimo.

Non è l’unica delle soddisfazioni: anche aver creato un contenitore cool come il magazine Pizza, tutto incentrato sul virtuosismo del made in Italy nella moda, non è cosa da poco. Come descriverebbe il periodo della sua vita in cui questa idea è andata prendendo forma? Cos’ha rappresentato? Perché è terminato?

A: Pizza è stato un contenitore di talento italiano, un collettore di informazioni sulle nuove e le vecchie generazioni nella moda e nell’arte. Un progetto molto difficile da sostenere economicamente anche perché accolto con molta diffidenza dai marchi possibili investitori. Moltissime persone che hanno partecipato al progetto hanno poi avuto carriere importanti da Silvia Schirinzi a Giuliana Matarrese, da Andrea Artemisio ad Andy Massacesi.

Il racconto della moda può migliorare la situazione tragica in cui versa questo settore? Mi riferisco al suo scarso riconoscimento culturale, evidenziato dalla mancanza di un museo ad esso deputato. Oppure ritiene che una narrazione differente della moda possa solo fare accrescere l’interesse mediatico che non necessariamente ha modo di trasformarsi in atto politico?

A: In Italia non esiste un approccio culturale alla moda, principalmente per colpa delle istituzioni. Un museo da solo non risolverebbe niente. Non esiste neanche una mappatura realistica delle collezioni private di abiti. Io comincerei con gli Stati Generali della Moda, una volta l’anno. Si parla, si discute, si riflette, si tracciano linee per prendere decisioni.

Marco Rambaldi e Marcelo Burlon rappresentano due progetti molto diversi tra loro, ma accomunati, se non altro, dall’impegno che vi ha impiegato. In un certo senso sono in linea con la promozione dei giovani di cui parlavamo prima, ma la cura che vi ha impiegato è stata forse superiore o, quantomeno, li ha seguiti pedissequamente nella loro comunicazione. Per entrambi si è occupato anche di creare materiali audiovisivi ricercati. Come lavora quando deve confrontarsi con questo tipo di racconto?

A: Marco e Marcelo hanno in comune un enorme talento e il fatto che sono persone buone, incredibilmente generose. Io amo il cinema e ho cercato, insieme a Mattia Colombo e Diego Diaz, di portare questo tipo di sguardo nella moda. Fare il film su Marcelo in particolare è stata un’esperienza incredibile che rifarei domani: il documentario è una delle forme cinematografiche più interessanti in questo momento.

Se avesse un budget incalcolabile e dovesse investirlo nella costruzione del suo progetto dei sogni, a che cosa darebbe vita? (Poniamo che il denaro non possa essere devoluto a famiglia e persone bisognose, ma investito solo e unicamente nel sogno).
A: Farei immediatamente una scuola di moda totalmente gratis per accogliere tutti i talenti che non si possono permettere le costosissime scuole italiane.

Quanto si prepara prima di fare una diretta? È una di quelle persone che ricorre spesso a scalette e schemi o fa parte della schiera di coloro i quali vanno “a braccio”?
A: No. Non mi sono mai preparato niente. Io potrei parlare per ore senza nessun problema.

È costante? Porta avanti fino in fondo i progetti in cui si immette o l’entusiasmo sfuma presto e quel che rimane è senso del dovere?
A: Sono come la giustizia italiana: lento ma inesorabile.

Il networking è diffuso in tutti gli ambienti, ma si può dire che all’interno della moda come dell’arte sia particolarmente praticato. Lei ci è mai riuscito o è una dote che non possiede?
A: L’interrelazione nella moda è uno strumento sottile e molto potente. Io per molto tempo ho avuto un atteggiamento arrabbiato e antisistemico che mi ha fatto risultare detestabile da molte persone. Avevano ragione loro ma sentirmi escluso mi ha aiutato tantissimo ad essere inamovibile rispetto ai miei obiettivi di cambiamento. Adesso che le cose sono cambiate e

che riesco a modulare i messaggi è tutto più facile. Le persone hanno voglia di ascoltare ma non di sentirsi in colpa.

Nei suoi post si descrive come una persona che si è spesso sentita fuori luogo e isolata, che frequentemente è stata schiva e timorosa del centro dell’attenzione. Altrove però non nasconde di aver sofferto di narcisismo in maniera patologica: per questa versione di sé il centro dell’attenzione era invece il sogno. Come convivono queste due componenti della sua personalità?

A: Il narcisismo è una risposta cognitiva all’insicurezza e al senso di abbandono. Le due cose sono una la derivazione dell’altra. Si comincia a sentirsi abbandonati in famiglia e ci si porta dietro questo carico finché non si riesce a farlo diventare qualcosa di costruttivo. Conosco la sofferenza e per questo penso che aiutare glia altri e restituire sia fondamentale per riequilibrare il mondo.

Quando cammina per la strada la riconoscono?

A: A volte sì.

Si riconosce un potere carismatico o è solo la preparazione ciò che le persone vedono in lei?
A: Credo che la cultura e la conoscenza siano fortemente attrattive se sono raccontate in modo da essere comprensibili. Il carisma viene dall’abitudine al confronto pubblico, dal non avere paura a dire cose scomode, dall’essere presenti.

Ha mai pensato di raccontare la moda, oltre che con i libri, anche tramite un vero e proprio film?
A: La Storia del Made in Italy. Progetto nel cassetto da tempo. Manca solo un produttore.

La sua voce compare anche nel podcast Le Radici dell’Orgoglio, progetto importante con la finalità di ridare luce alla storia del movimento LGBTQ+, ma in particolare omosessuale. Si definirebbe attivista? Le interessa questa definizione?
A: Mi interessa ma non sono un attivista. Sono molto felice di aver partecipato a Le Radici dell’Orgoglio, un progetto straordinario al quale ho anche voluto contribuire economicamente. È attraverso la conoscenza che si cambiano le cose.

Si definirebbe una persona che dimentica facilmente e perdona con grazia? Oppure mantiene ben salda la presa sui torti e i favori che le sono stati riservati?
A: Non dimentico mai. Ma neanche gli altri dimenticano mai. Siamo esseri umani.

Crede di essere mai stato spietato nel corso della sua carriera?

A: Certo. Io odio l’ingiustizia nella forma del privilegio. Se sei nato ricco devi lavorare il triplo. Se pensi di poter lavorare la metà io ti faccio a pezzi. Metaforicamente parlando.

Ha mentito a qualche domanda? Le bugie sono sempre sbagliate o talvolta concesse?

A: Io non mento mai. È il mio difetto più grande.

Batilla risponde prontamente e con fare enciclopedico alle questioni che solleviamo. Ostenta un’invidiabile sicurezza di sé, da augurarsi che sia tutta genuina, segno che ha vinto lui la scommessa sulla moda: il suo esempio dimostra come parlarne in un altro modo, farlo con coscienza anche narrativa, alla fine ripaghi. Infatti, un mondo eterogeneo di seriosi professionisti, o semplici curiosi, gli si stringe attorno, domandandogli un’altra storia – o un altro post – e tutto è bene quel che finisce bene.

Andrea Batilla ha scritto L' alfabeto della moda. Il mondo della moda di oggi in 26 lettere nel 2021 e Instant moda. La moda, dagli esordi a oggi, come non ve l'ha mai raccontata nessuno nel 2019, entrambi editi da Gribaudo.

ENG below

2000000044750_0_536_0_75.jpeg

Andrea Batilla, 2021, L'alfabeto della moda. Il mondo della moda di oggi in 26 lettere, Grimbaudo Editore

 

 

ENG

Interview with prof. Andrea Batilla, to learn more about the fashion storyteller who manages to make himself heard.

 

curated by GUIDO BALZANI

We have been used to hearing stories of teachers who, animated by passion, jumped up on their desks; or we have been seduced by those monolithic figures like the teachers of the 20th century, who reached hidden schools in the mountains to teach their pupils about life. Indeed, there was no story of a professor explaining what did not seem worthy of note: fashion.

Andrea Batilla today is known for his very lucky books - we talk about luck that is not accidental but deserved, of course - and for the virtual rivers of ink with which he waters the curiosity of the ever-growing number of followers on Instagram. He is attractive because he reassures, he is the bespectacled prof with a steady voice and the right words, but he is also intimidating for his frankness and roughness: in short, he is obviously at the crossroads between the dusty academy and the stereotypical climate of a beautiful and mean catwalk, that was missing in Italy.

Recently your name has become very popular, but you are only relatively surprised: you recognize, without false modesty, the authority you hold in your field. Would you say that fame is something you have sought in your lifetime? Or is it a recent need?

I am still the same as three years ago and all these awards continue to amaze me. Fame is a by-product of the ability to communicate. That does not mean anything on its own. I try immensely to make all of this useful to something to give positive messages, to move things, to move forward.

A: You start with Romeo Gigli, a name that smells of elegant fashion made with care. After your beginnings as a designer, you moved on to the academy. How come? Was you tired of that environment? Or didn’t that satisfy your desire of knowledge?

I started teaching at IED after a traumatic experience at Trussardi. For me it was a revelation because for the first time in my life I felt I could help other people, I felt that what I was doing made sense again.

 

 

Your curriculum is dense and endless. You collected legendary friendships and collaborated on very important projects. However, much of your efforts, we could say right up to your literary debut, were aimed above all at the integration of young people in the fashion sector. Why do you think this was your main "battle" right from the start? If you were to seek a motivation for this by digging into your inner self, how would you explain it? Would you say that it comes from the need to form a group? Or from rebuilding a family environment around you?

A: No. I would say it comes from frustration and also from pain. Being in IED I was in contact every day with very young people who had enormous talents but zero possibility of expressing them. I began to move at a time when some very enlightened people, such as Franca Sozzani and Sara Maino, were becoming aware of the problem. We started doing things together and separately and after a while it became a natural thing. There is still a lot to do but right now it is undeniable that we are facing a solid and powerful generation of new Italian designers.

 

You are grateful, devoted to Franca Sozzani. How did you win her esteem?

A: I always wonder. One day she said to me “You are good because you are fast. You think about things and you do them". I think it was the first time in my life that anyone gave me such strong credit. She was fundamental for me for many reasons, the first of all is the thought that everything is possible, that we must not be afraid of anything or anyone. I can't think of her without feeling the deepest pain.

 

It is not the only satisfaction: even having created a cool container like Pizza magazine, all centered on the virtuosity of made in Italy in fashion, is no small feat. How would you describe the period in your life when this idea took shape? What did it represent? Why did it end?

A: Pizza has been a container of Italian talent, a collector of information about the new and old generations in fashion and art. A project that was very difficult to support economically, also because of the distrust of potential investors. Many people who participated in the project then had important careers, from Silvia Schirinzi to Giuliana Matarrese, from Andrea Artemisio to Andy Massacesi.

 

Can the story of fashion improve the tragic situation in which this sector finds itself? I refer to its scarce cultural recognition, highlighted by the lack of a dedicated museum. Or do you think that a different narrative of fashion can only increase media interest which does not necessarily can transform itself into a political act?

A: In Italy there is no cultural approach to fashion, mainly due to the institutions. A museum alone would solve nothing. There is also no realistic mapping of private clothing collections. I would start with the General States of Fashion once a year. We talk, we discuss, we reflect, we draw lines to make decisions.

 

Marco Rambaldi and Marcelo Burlon represent two very different projects, but united, if nothing else, by the commitment you put into them. In a certain sense, they are in line with the promotion of young people we were talking about before, but the care that you employed in them has perhaps been superior or, at least, has followed them slavishly in their communication. For both, you were also involved in creating sophisticated audiovisual materials. How do you work when you have to deal with this type of story?

A: Marco and Marcelo have in common an enormous talent and the fact that they are good people, incredibly generous. I love cinema and I have tried, together with Mattia Colombo and Diego Diaz, to bring this kind of gaze into fashion. Making the film about Marcelo in particular was an incredible experience that I would do again tomorrow: the documentary is one of the most interesting forms of cinema right now.

 

If you had an incalculable budget and you had to invest it in building your dream project, what would you give life to? (Let's say that the money cannot be donated to families and people in need but invested only and exclusively in the dream).

A: I would immediately make a totally free fashion school to accommodate all the talents that cannot afford the very expensive Italian schools.

 

How much do you prepare before making a live broadcast? Are you one of those people who often resorts to ladders and schemes or are you part of the ranks of those who speaks off the cuff?

A: No. I've never prepared anything. I could talk for hours without any problem.

 

Are you constant? Do you carry out the projects you begin to the end or does the enthusiasm soon fade and is what remains a sense of duty?

A: I’m like the Italian justice: slow but inexorable.

 

Networking is widespread in all environments, but it can be said that within fashion, as well as art, it is particularly practiced. Have you ever succeeded or is it a gift you don't have?

A: The interrelation in fashion is a subtle and very powerful tool. For a long time I have had an angry and anti-systemic attitude that has made me detestable by many people. They were right but feeling excluded helped me a lot to be immovable with respect to my goals for change. Now that things have changed and that I can modulate the messages everything is easier. People want to listen but not feel guilty.

 

In your posts you describe yourself as a person who has often felt out of place and isolated, who has frequently been shy and fearful of the center of attention. However, elsewhere you do not hide that you suffered from narcissism in a pathological way: for this version of yourself the center of attention was instead the dream. How do these two components of your personality coexist?

A: Narcissism is a cognitive response to insecurity and a sense of abandonment. The two are the derivation of the other. You begin to feel abandoned in the family and carry this load with you until you can make it into something constructive. I know suffering and for this I think that helping others and giving back is essential to rebalance the world.

 

Do people recognize you when you walk down the street?

A: Sometimes yes.

 

Do you recognize a charismatic power or is it just preparation what people see in you?

A: I believe that culture and knowledge are highly attractive if they are told in a way that is understandable. The charisma comes from the habit of public confrontation, from not being afraid to say uncomfortable things, from being present.

 

Have you ever thought of describing fashion, as well as with books, even through a real film?

A: The History of Made in Italy. Project in the drawer for some time. Only a movie producer is missing.

 

Your voice also appears in the podcast The Roots of Pride, an important project with the aim of giving light to the history of the LGBTQ + movement, but in particular homosexual. Would you call yourself an activist? Are you interested in this definition?

A: I'm interested in it, but I'm not an activist. I am very happy to have participated in Le Radici dell’Orgoglio, an extraordinary project to which I also wanted to contribute financially. It is through knowledge that things change.

 

Would you define yourself as a person who forgets easily and forgives gracefully? Or do you keep a firm grip on the wrongs and favors that have been reserved for you?

A: I never forget. But the others never forget either. We are human beings.

 

Do you think you have ever been ruthless in your career?

A: Of course. I hate injustice in the form of privilege. If you were born rich you have to work triple. If you think you can work half the way I will tear you apart. Metaphorically speaking.

 

Did you lie to any questions? Are lies always wrong or sometimes granted?

A: I never lie. It is my biggest flaw.

Batilla responds promptly in an encyclopedic way to the questions we raise. He flaunts an enviable self-confidence, to be hoped that it is all genuine, a sign that he has won the bet on fashion: his example demonstrates how to talk about it in another way and do it with a narrative conscience, in the end it pays off. In fact, a heterogeneous world of serious professionals, or just curious, gathers around him, asking him for another story - or another post - and all is well that ends well.

 

Andrea Batilla wrote The Alphabet of Fashion. The world of fashion today in 26 letters in 2021 and Instant fashion. Fashion, from its beginnings to today, as no one has ever told you in 2019, both published by Gribaudo.

© Copyright immagine legittimi proprietari